Una Mostra Internazionale organizzata dalla Fondazione Museo Bellini e la società Artifex International, con la collaborazione della Fondazione Mundi Live

by Valeriano Venneri

Matteo Ricci è il titolo della mostra organizzata dalla Fondazione Museo Bellini, dalla società Artifex International, con la collaborazione della Fondazione Mundi Live, in programma in Cina per il 2022. L’evento sarà un viaggio nella Cina del XVI secolo, che attraverso l’esposizione di opere e reperti provenienti da numerosi Musei e Istituzioni scientifiche, renderà omaggio e ripercorrerà il lungo cammino umano e spirituale di un uomo che è riuscito a vivere la sua fede nell’antico impero cinese, un regno chiuso su se stesso che all’inizio non permetteva nemmeno l’accesso agli stranieri. In preparazione alla Mostra Internazionale dell’anno prossimo, indaghiamo la figura straordinaria di questo gesuita italiano che tanto peso ha avuto nel dialogo tra Europa e Cina.

 “Passano ormai due anni, che non diamo a V. P. le solite nuove di questo novello gregge di Cristo, per non esser in tal tempo comparso vascello alcuno dell’India, che portasse le lettere”. Così inizia un antico testo intitolato “Annua della Cina del 1606 e 1607”, del gesuita Padre Matteo Ricci.

L’opera è il resoconto di un missionario approdato in un regno lontano e per alcuni versi ancora sconosciuto agli europei. Ma la sua vita non fu dedicata a portare in Europa i tesori dell’oriente, com’erano soliti fare i navigatori e i commercianti, piuttosto fu consacrata a regalare alla Cina la cultura dell’Occidente. Una vita, quella di Matteo Ricci che ha dello straordinario. Lui che fu astronomo e teologo, studente di diritto e matematica, missionario e diplomatico, scienziato e sinologo, divenne ben presto un fondamentale punto di riferimento per il dialogo con l’Occidente e i rapporti con il mondo cinese. 

Padre Matteo Ricci nasce in una nobile famiglia di Macerata il 6 ottobre del 1552. Primo di tredici figli, a nove anni inizia gli studi nella scuola dei gesuiti, mentre nel tempo libero aiuta i genitori farmacisti. Il padre lo voleva avvocato ma lui, nel 1571 entra nel noviziato dei gesuiti a Sant’Andrea al Quirinale a Roma, abbandonando gli studi di giurisprudenza. Nel corso della sua formazione studia filosofia e teologia, ma affronta studi scientifici di astronomia e geografia, cosmologia e matematica.

Nel giugno del 1577 padre Mercuriano, il Generale dei Gesuiti, gli suggerisce di partire come missionario in Oriente. Così, il 24 marzo 1578, salpa da Lisbona con direzione l’India, insieme a tredici compagni gesuiti. Trascorsi sei mesi di navigazione approda a Goa, in India Occidentale dove inizia a insegnare la lingua latina. È poi ordinato sacerdote il 26 luglio del 1580.

A quel tempo, il superiore dei gesuiti in Asia era Padre Alessandro Valignano, il quale stava preparando dei missionari per una spedizione cattolica in Cina e padre Ricci era tra gli uomini scelti per il trasferimento.

Padre Matteo Ricci lasciò Goa nel 1582 e partì per la Cina, approdando a Macao, che era un possedimento portoghese sulle coste meridionali della Cina e costituiva l’ultimo avamposto, essendo il resto del paese proibito agli stranieri.

Padre Ricci non fu il primo religioso a entrare in Cina, domenicani e francescani vi erano già giunti prima di lui. Ma tutti erano entrati per essere immediatamente espulsi poiché stranieri. In principio fu espulso anche lui, ma il suo fervente desiderio di evangelizzare fu mitigato dalla sua particolare sensibilità d’animo quando si rese conto che la realtà cinese era troppo articolata e complessa per tentare un approccio diretto e finì per formulare una sorta di strategia. Per primo s’impose l’attento studio della lingua cinese, poi cambiò la sua idea di evangelizzazione, a quei tempi tesa semplicemente al raggiungimento del più alto numero di convertiti, e si preoccupò di capire ed entrare fin nel più profondo nella cultura cinese, cercando tutti gli aspetti positivi attraverso i quali avrebbe potuto portare il messaggio cristiano.

Convinto che “non bisogna tenere conto del frutto che si fa solo dal numero dei cristiani, ma considerare le fondamenta che si va facendo per una cosa molto grande”, come ebbe a scrivere in una delle sue tante lettere, decise di studiare i costumi, gli ordinamenti sociali e politici, insieme a tutto il complesso sistema culturale cinese.

Poi venne il giorno in cui giunge nella città di Wang Pan. Tutto ha inizio con un orologio a ruote, uno strumento che “suonava per se stesso a ogni ora, cosa molto bella e mai udita in Cina”. I Magistrati e i Mandarini gli mostrano la loro stima e lo stesso Governatore della città emette due editti per lodarne le conoscenze scientifiche e tecniche.

Così la scienza e la tecnica si trasformano nel dono che padre Ricci decide di regalare alla cultura cinese per tentare uno scambio culturale che potesse rompere i pregiudizi permettendogli di essere accettato come sacerdote di un nuovo credo.

Uomo di grande cultura e di carisma, padre Ricci è autore di una preziosa opera di traduzione in lingua mandarina di molti trattati fondamentali come i primi sei libri degli Elementi di Euclide e il Manuale di Epitteto. Nel 1584 scrisse un breve catechismo, primo libro stampato da stranieri in Cina.

In quello stesso periodo si colloca anche la sua composizione del grande Mappamondo in lingua cinese. In quell’opera raffigurò i continenti e le isole fino ad allora conosciute, annotando, in linea con la tradizione cinese, le notizie storiche accanto alle principali località.

Compose inoltre il primo lavoro sinologico della storia, un piccolo dizionario portoghese-cinese. Nel 1595 scrisse il trattato sull’amicizia dedicato al Principe Qianzhai e nel 1697 tradusse e stampò i Dieci paradossi. Quest’opera ebbe molto successo e contribuì ad accrescere la stima nei confronti dei letterati occidentali che fino ad allora erano considerati dei barbari.

Nel 1603 fu stampato lo scritto Genuina nozione di Dio con cui il Ricci prova l’esistenza di Dio, dimostra l’immortalità dell’anima e confuta il monismo panteistico e la metempsicosi, allora molto diffuse tra i colti cinesi.

Fondamentali furono anche gli scritti composti per gli occidentali come le sue Lettere e la sua relazione Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina.

Ricci amministrò il primo Battesimo all’inizio del 1584 a un infermo abbandonato. Poi battezzò un letterato, un giovane mercante e alcune donne, oltre a diversi ragazzi di strada. Ma dopo sei anni dal suo arrivo, nel 1589, cambiò il Governatore e il gesuita italiano venne mandato via, sempre a motivo del suo essere uno straniero.

Padre Ricci però non si arrende e nell’agosto dello stesso anno si trasferisce nella città di Sciaoceu, dove nel 1954 fa qualcosa di davvero inaspettato per un europeo di quel tempo: inizia a indossare gli abiti che, nella tradizione cinese, erano riservati ai letterati di quel tempo. Si trattava di lunghe tuniche di seta, diversi dagli abiti dei bonzi.

Non si limitò a indossare abiti diversi: si fece crescere la barba e i capelli, com’era tradizione e usciva di casa in portantina, come usavano fare i personaggi più colti della città. La Cina era un altro mondo e lui lo aveva capito. Padre Ricci sviluppo una strategia per essere accettato, un percorso di avvicinamento quadripartito. La prima via per arrivare al suo obiettivo era la lingua; la seconda via era la comprensione della cultura e del suo complesso sistema sociale; la terza via l’influenza sull’Imperatore e sui Mandarini (la testa), per poter parlare a tutto il popolo (il corpo); la quarta via la conquista della Cina con quello che il gigante asiatico non aveva: il sapere della scienza occidentale.

Ogni volta che padre Ricci regalava ai Mandarini oggetti per loro sconosciuti o ancora molto rari come orologi, prismi veneziani, carte e mappamondi, libri o stampe di città europee, dipinti con prospettiva o brevi traduzioni di testi filosofici, non lo faceva come una captatio benevolentiae, oppure con l’obiettivo di comprarsi la loro amicizia, era piuttosto una dimostrazione di una differente cultura, quella europea, in visita nel loro regno.

Ma non tutto fu facile. Il Crocifisso, per esempio, suscitava reazioni negative presso i cinese. Per loro era qualcosa d’incompatibile con la nozione di divinità che loro veneravano, un’ideale d’armonia che non si poteva coniugare con la visione della Passione del Cristo.

Nel 1559 riesce a fondare la sua quarta residenza missionaria e lo fa nella città di Nanchino. A questo punto nessuno aveva fatto meglio di lui. Mancava Pechino ma padre Ricci continuava a rafforzarsi negli avamposti che era riuscito a conquistarsi, prendendosi cura dei nuovi fedeli e dettando regole molto severe agli altri missionari. Di queste regole troviamo traccia in tutto il suo epistolario, dove lascia scritto: “I missionari non devono avere mire di conquista politica, né legarsi ai mercanti”. E ancora: “Con l’esclusione dell’intangibilità dei dogmi e della morale evangelica, devono farsi indiani in India, nipponici in Giappone e cinesi in Cina”. I suoi confratelli erano dunque in Asia per una missione di evangelizzazione e non per arricchirsi, cosa che avrebbe attirato sospetti e creato una situazione di ostilità nei loro confronti. Vivere da cinesi, rispettare le regole e compiere la loro missione, in questo consisteva la sua strategia per arrivare a Pechino.

La prima volta che tenta di arrivare a Pechino, è respinto perché ritenuto “straniero sospetto”, in ragione di un conflitto bellico che opponeva la Cina alla Corea in quell’anno del 1598.

La seconda volta va ancora peggio e padre Ricci viene tenuto prigioniero per sei mesi, perché sulla via per Pechino viene fermato dal Governatore di Tientsin che si ingelosisce per i doni che il religioso italiano portava con sé per consegnarli all’Imperatore.

A questo punto padre Ricci cambia strategia e inoltra un memoriale all’Imperatore in persona, nel quale parla di sé come di un religioso celibe, rispettoso delle leggi e delle tradizioni cinesi, che “non chiede nessun privilegio alla Corte” e domanda di poter mettere al servizio del Sovrano la propria persona e quanto aveva potuto imparare sulle scienze del grande Occidente da cui veniva.

Si assicura che la lettera venga accompagnata da preziosi doni europei: dipinti sacri, un grande atlante, prismi di vetro per riflettere la luce, clessidre di sabbia, monete d’argento europee, un clavicembalo con otto composizioni, due orologi meccanici e la riproduzione della Madonna di Santa Maria Maggiore.

Poi arriva il giorno in cui l’Imperatore lo riceve di persona. E’ il 27 gennaio del 1601. L’Imperatore è rimasto sorpreso per la dedizione di padre Ricci, per i suoi diversi tentativi di arrivare dinanzi a lui e per tutti i regali da lui ricevuti. In particolare l’Imperatore è meravigliato dalla carta del globo disegnata dal Ricci: per la prima volta egli viene a conoscenza dell’esistenza di nuovi paesi prima di allora mai veduti e della reale forma che aveva l’Europa, di cui sapeva e non sapeva.

L’Imperatore della Cina ne resta molto colpito, comprende la statura del sacerdote italiano, e decide di premiarlo attraverso un permesso imperiale affinché a padre Ricci sia permesso di risiedere a Pechino, autorizzandolo inoltre a varcare la soglia del Palazzo Reale per poter assicurare la manutenzione dei due orologi. Inoltre l’Imperatore gli assegna una rendita fissa vitalizia.

Nel 1608 l’Imperatore ordina una ristampa della carta del globo disegnata da padre Ricci e chiede che ne vengano fatte altre dodici copie.

A padre Ricci viene rilasciata una licenza con la quale lo si autorizzava a poter celebrare la Messa in pubblico e l’autorizzazione a poter dare inizio alla costruzione della prima chiesa cristiana in stile occidentale. Un edificio noto come Nantung, “la chiesa del sud”, la cui costruzione venne pagata con i soldi dell’erario.

Il 3 maggio del 1610 padre Ricci annuncia di essere ammalato e che non sarebbe stato possibile guarire. Otto giorni dopo si spegne nella residenza missionaria di Pechino. Il momento del suo trapasso è descritto nella sua biografia, stampata solo cinque anni dopo la sua morte: “chiudendo gli occhi egli stesso, come per conciliarsi il sonno, s’addormentò dolcissimamente nel Signore”.

Quando morì, la comunità cristiana cinese contava cinquecento convertiti di cui quattrocento solo a Pechino. Tra questi neofiti spiccavano figure di primo piano della vita sociale, culturale e politica cinese, nonché alcuni parenti dell’Imperatore.

Resterà nella storia per essere stato il primo non cinese a essere sepolto nella Capitale dell’Imperatore Wan-Li. Ricevere il privilegio di un terreno di sepoltura in quella che oggi è la School of Beijing Municipal Committee, è forse il più alto riconoscimento che l’Imperatore potesse tributargli. Nessuno straniero prima di allora aveva ottenuto tanto perché per la tradizione e la legge cinese essi non potevano essere sepolti nella capitale, ma l’Imperatore accolse la richiesta dei suoi compagni in ricordo del suo amore e della sua profonda stima per il popolo e per la cultura cinese.

 Il giorno della sua morte, padre Mario Ricci, conosciuto a Pechino con il nome di Li Matou, o anche con quello di Li Madou, il Saggio d’Occidente, non aveva ancora compiuto 58 anni.

 

Articolo scritto da : Presidente Associazione Mundi Storico dell’arte Valeriano Venneri

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