Incontro con Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro Nord

by Mundi Live

L’editrice di Mundi Live, la Dottoressa Margherita Chiara Immordino Tedesco, incontra Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro Nord, allievo del grande studioso e Rabbino Giuseppe Laras, nonché figura di spicco nel dialogo ebraico cristiano a livello internazionale. L’incontro è servito per dar seguito a un percorso di collaborazione tra la Fondazione Museo Bellini Collezione Privata, la Fondazione Mundi Live e la Comunità ebraica di Ancona, una delle più importanti d’Italia.
“Sappi che cosa c’è sopra di te”. Da qualche parte dentro una delle due Sinagoghe di Ancona c’è questa scritta in lingua ebraica. Sopra queste due costruzioni sacre, quella levantina e quella italiana, ci sono per certo oltre mille anni di storia, dieci secoli di convivenza con la maggioranza cattolica.

Una convivenza non sempre facile, un matrimonio forzato che ha conosciuto diverse epoche e una sequela di protagonisti, grandi e piccoli, tutti testimoni di come la storia d’Italia e del continente tutto sia passata attraverso le mura delle due sinagoghe.
Prima del XVI secolo Ancona è una Repubblica Marina, come altre nel nostro paese. Vive del commercio con l’altra costa che è la Serenissima da una parte, fino a giù dove c’erano gli arabi dall’altra. Questo vuol dire avere un commercio sia con il mondo arabo sia con quello veneziano, oltre a intensi traffici con altre realtà. Poi, via via che i turchi erodono l’impero bizantino e si aggiungono al quadro preesistente, variano anche le vie del commercio.
Ma questo è anche il luogo da cui parte Francesco, per cui c’è un rapporto antichissimo con la terra d’Israele, con la Terra Santa, con l’Oriente, il Levante in senso proprio. Si crea già da allora una comunità ebraica che inizia ad avere un certo peso. Certo, sono ancora componenti eterogenee, tra cui gli ebrei romani, gli ebrei italiani e gli ebrei che vengono dall’oriente. Col tempo queste diverse componenti però, pur mantenendo le loro differenze e peculiarità, iniziano a compattarsi e sono capaci di creare una comunità nel tessuto cittadino e nella città.
Il XVI secolo è anche tempo della creazione del primo ghetto. In realtà, solo come esperimento. Il primo ghetto sorge a Venezia nel 1516 ma qualche anno prima, qui ad Ancona, il Senato cittadino aveva votato una risoluzione per creare un quartiere coatto dove rinchiudere gli ebrei. Tuttavia quell’esperienza durò pochissimo, forse un giorno soltanto. La popolazione non ebraica capì subito che così facendo sarebbero saltati tutti i commerci, visto l’importante ruolo di ponte che gli ebrei erano in grado assolvere. I mercanti e i cittadini dell’entroterra, saputa la misura che stava per essere adottata, si opposero e il provvedimento non venne recepito.
Il numero della comunità ebraica di Ancona sale e si consolida già qualche decennio prima. Questo avviene dopo che la città capitola ed è inglobata nello Stato Pontificio. Di lì a poco nel 1492 viene decretata l’espulsione degli ebrei dalla Spagna e poco dopo dal Portogallo con centinaia di miglia di profughi che sono costretti a spostarsi dalla penisola iberica in cerca di una nuova casa.


Questi profughi erano di differenti estrazioni sociali. C’erano quelli che vivevano in povertà o con medie capacità economiche e poi c’erano quelli che appartenevano a famiglie estremamente potenti e benestanti. Così, adempiono all’ordine di espulsione tanto quelli che avevano troppo da perdere, quanto quelli che proprio non avevano la possibilità di affrontare il viaggio. Questi restano tra Spagna e Portogallo e subiscono la conversione forzata e tutta una serie di altri provvedimenti più o meno orrendi.
Così, tra la fine del ‘400 e fino ‘600, ci sarà sempre un certo flusso di persone che vanno via dalla penisola iberica, tra cui anche alcuni degli eredi di quelli che erano stati convertiti a forza e che si erano poi decisi a cercare rifugio altrove.
Uno dei posti in cui si rifugiano immediatamente già dopo il 1942 è anche Ancona. Il motivo c’è ed è da ricercare in quello che succede in Vaticano in quegli anni. Nel 1942 è regnante Papa Alessandro VI, costui è famoso perché è Papa Borgia, il secondo e ultimo Pontefice della famiglia Borgia.
E’ in realtà una figura molto vituperata ma con gli ebrei si comportò bene. In principio il Pontefice cerca d’impedire la loro espulsione dalla Spagna ma, nonostante sia spagnolo, non riesce a evitarlo. Allora decide di accogliere gli ebrei in fuga nello Stato Pontificio.
Tutta la famiglia Borgia, sia la figlia quando va a Ferrara, la Duchessa d’Este ossia Lucrezia, sia Valentino, con gli ebrei hanno un’attitudine molto buona. Certamente per il loro tempo, diciamo almeno per quell’epoca si comportano molto bene.
Lo Stato Pontificio accoglie molte persone, ma la maggior parte di questi esuli ispano-portoghesi non si trasferisce a Roma, perché la comunità ebraica romana del tempo semplicemente non li vuole.
Questo perché a quei tempi c’era l’inquisizione e l’arrivo di nuovi ebrei avrebbe attirato maggiormente l’attenzione degli inquisitori sulla loro comunità. Da un altro lato, non volevano che a Roma s’istanziassero potenziali concorrenti, soprattutto questi ispano-portoghesi che loro ritenevano più capaci nel commercio.
Pertanto ecco che il Rabbino si presenta davanti al Papa con le maggiori autorità della comunità ebraica e paga 1000 Ducati perché il Papa non faccia entrare gli esuli iberici nello Stato Pontificio. Il Pontefice, però, non dà seguito alla loro richiesta e permette agli esuli di entrare nelle sue terre.
I successivi pontefici, tutti creati come Cardinali da Papa Borgia, cioè Alessandro Farnese, che diventa Papa e il suo predecessore che era Paolo III, tra alterne misure si dimostrano tutti molto tolleranti con questi ultimi venuti della comunità ebraica. Tra le altre cose, dispongono che nel caso in cui fossero stati battezzati a forza, o eredi di battezzati a forza di seconda generazione, erano liberi di ritornare all’ebraismo.
Per questo motivo molti ebrei si trasferiscono nello Stato Pontificio e molti riparano ad Ancona. Il motivo è semplice: Ancona aveva il porto ed era una città che faceva prosperare lo Stato Pontificio, una città dove potersi dedicare al commercio con l’Oriente.
Lì ad Ancona la comunità ebraica prospera e diventa un punto di riferimento e un vettore di crescita per i commerci. Molti di questi ebrei ispano-portoghesi rappresentavano una realtà internazionale e avevano un contatto di favore con i territori nel dominio del Sultano, perché alcuni membri delle loro famiglie si erano trasferiti in Oriente, preferendo quel mondo a quello cristiano.
Poi, nel 1555, è eletto Papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, che era un inquisitore e uno dei peggiori Papi che la storia della Chiesa abbia avuto. Quest’ultimo si accanisce contro gli ebrei e, con la Bolla Papale Cum nimis Absurdum, definita dallo storico italiano Attilio Milano una delle Bolle infami, istituisce i ghetti.
Egli sviluppa in senso proprio e specifico l’esperimento veneziano in una misura molto più crudele, molto più sistematica e molto più teologica, oltre che politica e urbanistica, e nasce così il ghetto. I primi due ghetti della storia in senso pieno sono quello di Roma e contemporaneamente quello di Ancona.


Il Papa non ignora che ad Ancona c’era una popolazione che era stata costretta a conversione, diventando così ex ebrei, ma a cui poi era stato concesso di ritornare all’ebraismo, come sopra già raccontato. In buona sostanza si trattava di ex ebrei, che erano diventati cristiani per tornare a essere nuovamente ebrei, quindi ex cristiani. Questo però li macchiava di eresia, avendo deciso di lasciare il cristianesimo per un’altra fede e, in ragione di questo, li volle sotto l’inquisizione come eretici.
Ad Ancona l’inquisizione imprigiona 100 persone. Di queste alcune riescono a corrompere il carceriere papale e scappano. Altre vengono mandate alle navi ma lì si ribellano e dichiarano di ritornare all’ebraismo pubblicamente. La cosa non passa inosservata e Paolo IV li condanna al rogo. Così ad Ancona viene fatto il più grande rogo d’Italia.
A questo punto accade qualcosa di veramente epocale. Il sultano Solimano il Magnifico, nel momento in cui l’impero Ottomano è al massimo del suo splendore, conta la sua massima estensione territoriale ed è la macro potenza del Mediterraneo e mondiale, sollecitato da una donna ebrea donna Gracia Mendez, mette sotto embargo il porto di Ancona negli otto mesi dopo il rogo. L’embargo viene fatto con la flotta ottomana schierata lì davanti al porto.
Il sultano, inoltre, afferma che quegli uomini sono suoi sudditi e che il Papa non doveva permettersi di mettere a repentaglio o sacrificare la vita dei suoi sudditi. Così viene creato il porto di Pesaro. Negli otto mesi in cui il commercio di Ancona si blocca, Pesaro, che era sotto un altro governo, ossia il Ducato di Urbino, prospera con i finanziamenti sollecitati da Dona Gracia Mendez. Risale ad allora la costruzione della rocca a Pesaro e un importante ampliamento e ricostruzione del porto.
Durante questo periodo Ancona collassa e insieme con essa anche la comunità ebraica, il cui sostentamento dipende dalla possibilità di fare commercio. Tutto sembra perduto, quando ci si accorge che il porto di Pesaro ha un problema: non è abbastanza profondo per i bastimenti grandi che arrivavano dall’Oriente. Pertanto l’embargo viene tolto.
Questo è il momento più tragico nella storia degli ebrei nelle Marche e in Italia, perché mai prima di allora erano stati presi provvedimenti tanto violenti e dalle conseguenze tanto dannose per le comunità ebraiche.
La storia del ghetto continua fino all’abbattimento dei cancelli del 1800, dopo l’unità d’Italia, anche se c’era stato anche un pre-abbattimento in epoca napoleonica. Ma il tutto è durato il tempo della permanenza di Napoleone in Italia. Non appena l’Imperatore se ne va, viene ripristinato il ghetto.
Quella di Ancona è stata probabilmente la più grande comunità ebraica italiana. Ha avuto una storia importante, perché era la più numerosa e dinamica comunità dello Stato Pontificio, il più antico ghetto insieme a quello di Roma.
A differenza della comunità romana, inoltre, quella di Ancona commerciava con l’Oriente e aveva rapporti con tutto l’impero ottomano. Pertanto era rinchiusa in Occidente, ma aperta all’Oriente. Era preziosa per l’Occidente come per l’Oriente perché era uno strumento di ricchezza e di prosperità per entrambi. Era la città da cui partivano gli ebrei per andare in Terra d’Israele ed era al contempo un porto dello stato Pontificio, un paradosso che la vedeva chiusa in terra, ma aperta sul mare per l’appunto. Quest’ambivalenza è anche la sensazione che la città di Ancona regala al viaggiatore che vi arriva dall’entroterra.
Passando alla storia della comunità ebraica di Ancona negli anni successivi all’unità d’Italia, occorre rilevare come la città sia devastata nel centro antico per far spazio a un grande corso progettato da un piano urbanistico regio.
Anni dopo, durante il fascismo, un altro progetto urbanistico interesserà nuovamente il centro storico di Ancona, e si darà il via alla costruzione di un secondo corso, parallelo al primo. In entrambe queste occasioni la città verrà devastata, tagliata in lungo per due volte. I corsi erano corso Cavour e corso Stanira, chiamati con i nomi attuali.
Per creare questi due Corsi devono abbattere metà del ghetto. Quest’ultimo era tutt’altro che piccolo e fino al ’48 interessava tra un terzo e la metà della città pontificia ad Ancona. Da qui sono passati alcuni dei Rabbini più importanti della storia ebraica mondiale.
E’ interessante ricordarne uno, il professor Sansone Morpurgo, un mistico e medico di altissimo profilo. Formatosi a Padova come medico, Morpurgo diviene Rabbino capo di Ancona nella prima metà del ‘700 ed è stato il protagonista di un intervento propiziatorio.
Durante quegli anni la città è messa in ginocchio da un’epidemia influenzale che cagiona diversi morti. Il Cardinale Prospero Lambertini, allora Arcivescovo, poi successivamente Pontefice, si rivolge a Morpurgo, sapendolo non solo Rabbino, ma anche sant’uomo e uno tra i più valenti medici conosciuti in Europa. Lo convoca a Palazzo e gli chiede aiuto. Le misure prese dal Rabbino Morpurgo in sole due settimane salvano Ancona. Il Cardinale, una volta incoronato Papa, si ricorda di quest’episodio ed esenta il Rabbino dall’insegna gialla, permettendogli di circolare liberamente. Questo era un divieto perentorio: nessun ebreo poteva circolare di notte fuori dal ghetto, pertanto il gesto compiuto dal Papa fu particolarmente importante.
Su questo punto è interessante soffermarsi, così da scoprire che molti dei divieti e degli obblighi che rendevano difficile la vita degli ebrei, non se li sono inventati i nazisti, ma sono stati presi dai cristiani e dai mussulmani, i quali si sono copiati reciprocamente per molti secoli.
La stella gialla, per fare un esempio, non l’hanno inventata i nazisti. E’ un provvedimento preso dal Concilio Romano II, da Papa Innocenzo III, copiato dai mussulmani. Più precisamente, quello che è successo, fino a tempi recenti, è che i non mussulmani avevano diritto di cittadinanza religiosa nelle terre dell’Islam. Questo diritto era però compresso da alcuni obblighi come quello di riconoscere e vivere da sottomesso all’Islam. Una delle sottomissioni era, appunto, quella di vestire con dei colori che non possono essere indossati dai mussulmani e che venivano riservati a chi non era un loro correligionario.
Così gli ebrei avevano il giallo o il nero, i cristiani Armeni il blu, i cristiani assiri il rosso e quindi dal colore capivi ieri. Tutto questo è sopravvissuto nella Sicilia di Federico II di Svevia. Quando il sovrano era giovane aveva un tutore legale Papa Innocenzo III. Quello stesso Innocenzo III che nel concilio Laterano applica questa norma obbligando gli ebrei che vivono nei domini cristiani in Europa, a indossare un colore diverso. Da lì le cose si tramandano fino a quando i nazisti non se ne appropriano e impongono il segno giallo agli ebrei.
Tornando al Rabbino Morpurgo, occorre ricordare che la sua fama si deve anche ai suoi scritti. In particolare lui ha scritto un’opera di responsi rabbinici. E’ ancora conosciuto in tutto il mondo, sia nell’accademia rabbinica più chiusa degli Stati Uniti, sia alla più liberale in Israele, fino alla più strana in Russia, tutti sanno chi il Rabbino Capo Morpurgo. Venne sepolto ad Ancona e fino agli anni ’30 c’era questa usanza di portare dei lumini e di accenderli in sua memoria. Ma la maggior parte dei lumini non erano messi dagli ebrei, erano messi dai cristiani che andavano a pregare sulla tomba del Rabbino in segno di gratitudine.
Ai tempi odierni la vita della comunità ebraica scorre tra la riscoperta del proprio glorioso passato e le nuove sfide del futuro. In particolare si è aperta una nuova e importante stagione di dialogo interreligioso e i rapporti tra cristiani e israeliani è ottimo sotto ogni profilo.
In particolare i rapporti con il Vescovo sono eccellenti e nonostante si cerchi un dialogo a tre, coinvolgendo anche la comunità islamica, il grosso dei del dialogo è ovviamente con la comunità cattolica. Questo è dovuto principalmente al fatto che la maggioranza delle popolazione italiana è cattolica, oltre che per il lungo corso dei rapporti tra le due comunità.
La comunità ebraica italiana è la più antica comunità ebraica esistente al mondo, qui gli ebrei vivono da almeno ventidue secoli. Si potrebbe quasi dire che non ci sia nulla di più italiano della comunità ebraica italiana, sia perché ha avuto una storia profondamente legata alle vicende occorse oltre duemila anni nella Penisola, sia perché ne è la più antica presenza fissa.
Tanto è vero che anche la stessa comunità ebraica italiana è finita per ritrovarsi totalmente innervata all’italianità che per tanti secoli ha vissuto, seppur con la sua originalità e la sua particolarità. E’ per questo motivo, come si è detto che il primo dialogo interreligioso avviene con la comunità cristiana.
Non è possibile descrivere a parole la grandiosità delle due Sinagoghe di Ancona e spesso neanche le fotografie che la celebrano, riescono a rendere quanta storia e cultura sia passata tra questi edifici sacri.
Una cosa, però, va detta. E’ difficile trovare in tutto il mondo una sinagoga come questa. Si possono trovare delle sinagoghe monumentali negli Stati Uniti, templi bellissimi dal punto di vista architettonico contemporaneo. Ma sinagoghe antiche e conservate in questo modo sono più uniche che rare. Non c’è dubbio che in Israele, in Medio Oriente o a Roma esistano atri templi ugualmente importanti per la loro antichità, ma il caso di queste sinagoghe resta comunque unico al mondo. Il motivo è dovuto al fatto che testimoniano il periodo dei ghetti; quell’arco di tempo che arriva fino al 1800, quel periodo in cui l’arte occidentale è passata dal romanico al gotico, dalle forme di Rinascimento al barocco, dal Rococò al neoclassico, fino ad arrivare al neogotico e al neo romanico. Questo periodo così eclettico di esempi, rappresentato in questo stato di conservazione, è davvero molto difficile da trovare altrove.
Oltre a questo occorre anche ricordare l’importanza e la rarità degli arredi. La particolarità sta nel fatto che la Sinagoga ha realizzato i lavori di ebanisteria, usando maestranze locali. La tradizione marchigiana è davvero antica e molto rinomata, in questa regione gli artigiani lavoravano tanto per la Chiesa, quanto per le abitazioni private e per i palazzi del potere. Questi artisti avevano delle punte di eccellenza e di raffinatezza mirabili e tutta questa scienza, tutto questo talento artistico lo ritroviamo solo qui ad Ancona e alla Sinagoga di Casale Monferrato.
Va anche ricordato che questo particolare interesse per gli arredi interni deriva dal fatto che all’inizio era proibito mostrare a chi non era ebreo la sinagoga. Pertanto gli ebrei italiani si scatenarono all’interno dei loro Templi, lasciando quasi spoglie le pareti esterne. E’ il contrario di quello che accade in gran parte del mondo Cristiano, dove la facciata della chiesa è un preludio del Paradiso e celebra la Divinità con grande sfarzo.
Ma poco cambia in fondo. L’importante celebrare la Divinità. L’importante è visitare e apprendere da quest’antica comunità ebraica che dentro due Sinagoghe anconitane vive la sua religiosità resistendo al tempo e ai pregiudizi del passato. L’importante è ricordarsi di indagare “cosa c’è sopra di te”.

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