Incontro con Alfonso Pedatzur Arbib, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Milano

by Mundi Live

L’editrice di Mundi Live, la Dottoressa Margherita Chiara Immordino Tedesco, incontra nel capoluogo lombardo il Rabbino Capo della Comunità di Milano, Rav Alfonso Arbib, successore di una tra le più autorevoli figure del mondo ebraico italiano, il Rabbino Giuseppe Laras. L’incontro si colloca in un percorso di collaborazione tra la Fondazione Museo Bellini Collezione Privata, la Fondazione Mundi Live e la Comunità Ebraica di Milano.

 

Ogni anno, subito prima di Pasqua, il Capo Rabbino di Roma si presenta in Vaticano dal Papa e gli porge una busta molto antica. Il Papa la prende, scuote la testa e la restituisce al Capo Rabbino che se ne ritorna via.

Questa usanza avviene da quasi 2000 anni ed è poco conosciuta da altri all’infuori dei due soggetti citati. Succede che un anno siano di nuova nomina sia il Papa che il Capo Rabbino. Quando il Capo Rabbino presenta al Papa l’antica busta, come il suo predecessore gli aveva insegnato, il Papa, come gli aveva insegnato il suo predecessore, la guarda e la restituisce al Rabbino.

Però il Papa aggiunge: “Questo rituale mi sembra strano. Non ne capisco il significato. Che cosa c’è dentro la busta?”. Ma il Rabbino risponde: “Che io sia dannato se lo so. Sono nuovo anch’io. Ma basta aprire la busta e conosceremo il contenuto”.

Il Papa accetta la proposta del Rabbino e insieme lentamente e con molta cura aprono la vecchissima busta e leggono il foglio in essa contenuto… il conto dell’Ultima Cena!

Fonte: Storielle ebraiche, Bet Magazine Mosaico, Sito ufficiale della Comunità Ebraica di Milano.

 

 

La bet è la prima lettera della Torah, in quanto iniziale della parola בראשית, Bereshit, che significa “per prima cosa”. E’ un buon inizio, forse conviene partire da qui. E conviene, perché trattare delle Comunità Ebraiche italiane, del loro vissuto quotidiano e del rapporto con il mondo in cui si sono inserite, è un tema tanto vasto che avere un inizio autorevole è già un buon punto di partenza.

Per prima cosa, dunque, gli ebrei sono presenti in Europa da almeno duemila anni, forse più. Tra le Comunità più antiche c’è quella di Roma. La Comunità di Milano, invece, è stata costituita in età molto recente, più precisamente attorno alla seconda metà dell’800.

Quel che altrove può apparire antico, in termini ebraici equivale più o meno al trovarsi davanti a un neonato. La storia ebraica si estende per un lasso di tempo che viene calcolato in millenni, mentre a Milano la linea temporale è piuttosto breve e si allunga per soli centocinquanta anni.

Come spesso accade, peraltro, anche in questo caso si è innescata una sorta di competizione per definire quale sia la prima Comunità Ebraica, poiché avere un lungo passato alle spalle in qualche modo conferisce “gradi di nobiltà”. A questa serrata competizione, per evidenti motivi, non partecipa la Comunità di Milano. E almeno su questo siamo tutti certi!

Ma non esistono solo Roma e Milano, il sud dell’Italia per molto tempo ha visto fiorire diverse e antiche Comunità Ebraiche, molte delle quali si sono poi estinte. Sotto questo profilo il meridione italiano è stato un centro ebraico importantissimo e molto influente.

Al di là delle diverse collocazioni geografiche e dell’antica o meno costituzione delle Comunità Ebraiche nel nostro Paese, anche l’ebraismo italiano ha sempre viaggiato su un doppio binario. Questo duplice paradigma su cui sono state declinate le vite e le vicende che hanno riguardato le Comunità Ebraiche di tutta Europa si concretizza in questo: da un lato gli ebrei sono stati parte integrante del mondo in cui vivevano, operando dentro al tessuto culturale e sociale italiano, per restare al nostro ragionamento; dall’altro hanno vissuto e agito conservando la loro particolare identità. Su questo duplice binario hanno viaggiato tutte le Comunità Ebraiche europee nei secoli passati o, per meglio dire, negli scorsi millenni.

Questo doppio binario è stato importantissimo ma ha anche portato tutta una serie di guai che talvolta sono sfociati in barbarie. La storia ebraica di questo ne è piena, di periodi terribili, di crudeli persecuzioni. Anche in Europa le persecuzioni hanno tristemente caratterizzato la storia ebraica. Abbiamo avuto persecuzioni già nell’era medioevale e poi diverse altre, fino ad arrivare a quelle del secolo scorso.

Quello che appariva inaccettabile ai persecutori era che qualcuno vivesse secondo un’identità particolare, differente da quella che valeva per tutti gli altri. Occorre pensare a un mondo completamente diverso da quello di oggi. Si trattava di un mondo in cui era impensabile che qualcuno potesse essere non Cristiano. Oggi la cosa non sorprenderebbe più nessuno, ognuno è libero di professare la propria fede o di dichiararsi ateo o agnostico, ma ai tempi questa libertà era vissuta come un problema e come tale si cercava di correggerlo.

L’ebraismo ha vissuto in mezzo a tutto questo. Tuttavia, se è vero che le persecuzioni sono state un momento importante della sua storia, perché l’hanno profondamente caratterizzata, è anche vero che la storia ebraica non è stata solamente una storia di persecuzioni. Sarebbe sbagliato mettere l’accento solo su quello, perché, in realtà, è stata soprattutto la storia di una grande cultura che si è sviluppata per conto proprio e, contemporaneamente, si è evoluta anche nel rapporto con gli altri. 

I rapporti con le altre culture sono stati particolarmente fecondi in alcuni momenti della storia ebraica, molto meno in altri periodi. Ci sono diversi esempi di questa florida convivenza. Si pensi all’età dell’oro in Spagna. Gli ebrei vivono in Spagna più o meno dal V al VI Secolo. Quando la Spagna viene invasa dai musulmani si crea un equilibrio dove a fare da intermediari tra cristiani e musulmani sono proprio gli ebrei. E assolvono a questa funzione di cerniera tra due culture rivali non solo da un punto di vista amministrativo, ma anche culturale. Gli ebrei sono capaci di aprire un dialogo attorno alla cultura aristotelica che i musulmani conoscevano molto bene e che servì da trait d’union tra gli spagnoli e gli arabi.

Un altro momento importante di pacifica e proficua convivenza è senza dubbio il Rinascimento. Stiamo parlando di un periodo in cui attorno al mondo ebraico nasce un grandissimo interesse e molti cristiani iniziano a studiare l’ebraico. Si vive allora un grande momento di apertura culturale che in qualche maniera si respira da entrambe le parti. Questa reciproca apertura apre una stagione d’interscambio e profondo dialogo tra due immense civiltà.

Da un lato ci saranno molti cristiani che inizieranno lo studio dell’ebraico e s’interesseranno, studiandola, di cultura ebraica. Questa attenzione ha, ovviamente, a oggetto la cultura biblica. Non era una cosa scontata, visto che per secoli il cristianesimo ha avuto un approccio molto particolare con la Bibbia, dal momento che non si poteva studiarla liberamente, non ne era permessa la traduzione e ogni suo studio avveniva sempre sotto controllo. Ecco allora che molti cristiani si rivolgono agli ebrei, in particolare ai Rabbini e a tutti i membri delle Comunità Ebraiche che possano permettere loro di studiare la Bibbia partendo delle scritture originali.

Al contempo, però, avviene anche un’importante apertura del mondo ebraico alla cultura circostante. Abbiamo così diversi grandi esponenti del mondo ebraico che si applicano negli studi di romanistica e da lì, attraverso i loro testi, entrano a far parte degli ambienti culturali cristiani.

Uno degli esempi più evidenti di commistione tra le due culture è il fenomeno che attraversa gran parte del medioevo e arriva fino ai nostri giorni e consiste nell’eccellenza ebraica in campo medico. I medici ebrei rappresentano una realtà molto importante in tutta la cultura europea. Uno dei più grandi esponenti dell’ebraismo medievale, colonna portante della tradizione e della cultura ebraica, filosofo aristotelico, è stato anche uno dei medici più importanti del suo tempo. Si chiamava Mosheh ben Maimon e l’abbreviazione con cui è noto, Rambam, è una sigla di Rabbi Mosheh ben Maimon. Questi fu medico personale del sultano Saladino e la sua fama di professionista coscienzioso, esperto e compassionevole si estese ben presto in ogni luogo, al punto che il Re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone richiese i suoi servizi offrendogli il posto proprio di medico personale. Questo fenomeno degli ebrei medici accompagna tutta la storia ebraica, tanto che diversi Pontefici Cristiani hanno avuto medici ebrei.

E’ un rapporto particolare quello che c’è tra la medicina e la cultura ebraica. Ci sono diversi grandi Rabbini che erano anche medici eccellenti. Qualcuno lo spiega così: il medico dell’anima è anche medico del corpo.

Certamente è così, ma va anche sottolineato che quella del medico è una professione che permette di vivere in maniera dignitosa e forse alla base della tradizione medica ebraica c’è anche questa componente.  

A ben vedere, la medicina dà l’opportunità di studiare, visto che richiede una formazione e un aggiornamento continuo.  Lo studio è un elemento fondamentale per la tradizione ebraica. La storia dell’ebraismo è un lungo cammino di apprendimento, d’indagine e approfondimento. Non è pensabile capire il mondo ebraico sottraendo l’attività di studio dalla vita quotidiana. A questo punto, però, si poneva il problema di poter continuare ad apprendere e contemporaneamente riuscire a mantenersi. Sono molto poche le persone che possono dedicarsi esclusivamente allo studio senza preoccuparsi di guadagnare quel che serve per vivere. La medicina è una di quelle professioni che riesce a coniugare questi due aspetti tanto importanti per la cultura ebraica.

La convivenza tra il mondo cristiano e quello ebraico si articola su questo duplice binario e perdura dal medioevo sino ai tempi più recenti.

Dal ‘700, però, si assiste a un grande fenomeno di emancipazione che ha poi profondamente segnato l’ebraismo moderno.

Il primo paese in cui riscontriamo un fenomeno d’emancipazione ebraica, paradossalmente, è la Germania. I rapporti tra i tedeschi e gli ebrei si sono declinati in una maniera tanto particolare da rappresentare una storia a sé.

La Germania è stata spesso al centro di  fenomeni persecutori non solo nell’ultimo secolo ma già da prima.A titolo d’esempio si può richiamare la prima grande persecuzione a danno degli ebrei. Il tutto è accaduto in un tempo che coincide con la prima crociata nel 1095. I crociati che devono partire per andare a liberare il Santo Sepolcro, prima di avviarsi verso la Terra Santa, si fermano e fanno stragi in alcune Comunità Ebraiche della Valle del Reno. Questo momento terribile rappresenta la più grande persecuzione in Europa.

Un’altra grande persecuzione, che non riguarda solo la Germania ma dove i tedeschi sono più protagonisti di altri, prende vita in quel periodo che coincide con la peste del 1300. Durante una delle pagine più buie della storia europea, mentre moriva oltre un terzo della popolazione, ci fu un’ondata di barbarie che sfociò in una terribile persecuzione a danni degli ebrei. Tutti i membri delle comunità ebraiche vennero accusati di essere untori.

Più precisamente furono accusati di portare la peste, di avvelenare i pozzi, di trarre profitto dal dilagare della terribile pandemia. Questo è un fenomeno tipico di ogni epidemia: si cerca sempre un colpevole, qualcuno da poter additare e su cui far ricadere la colpa. La peste del 1300 fu qualcosa di terribile che non è neanche lontanamente comparabile con la situazione di crisi pandemica che stiamo vivendo. Basti pensare alle perdite immense in termine di vite umane che si determinò da quell’evento in tutta Europa.

Per le Comunità Ebraiche dell’Antico Continente, oltre alla catastrofe della peste, si aggiunse una persecuzione terribile che venne perpetuata in diversi paesi ma in modo particolare in Germania.

Tuttavia il rapporto tra gli ebrei e i tedeschi non è esistito in questa unica forma di barbarie. C’è stato anche un profondo rapporto culturale tra i due popoli. Questo è dovuto al fatto che gli ebrei tedeschi erano molto legati alla Germania. Certo, in quel tempo non si poteva propriamente parlare di Germania, posto che allora esistevano solo diversi Principati, ma nessuno Stato tedesco.

Passando ai fatti del secolo scorso, ci sono alcune cose che si conoscono poco. Più in particolare, Berlino non era solo un centro ebraico, nel senso che vi vivevano molti ebrei, ma era diventato anche una meta importante d’immigrazione ebraica, una città in cui si arrivava da diversi paesi e che accoglieva numerosi e importanti intellettuali che giungevano anche da Israele.  

Un esempio per tutti il premio Nobel per la letteratura 1966, Shmuel Yosef Agnon, che lasciò Israele a vent’anni per trasferirsi per l’appunto a Berlino. Quello che è successo poi, lo sappiamo tutti.

Volendo indagare quegli avvenimenti, non è possibile spiegare come mai la Germania abbia sviluppato un odio così accentuato nei confronti degli ebrei. La domanda vera allora diventa: cosa c’è realmente alla base dell’antisemitismo?

La risposta non è facile e pone molti interrogativi. Com’è possibile arrivare a perseguire un popolo che per lungo tempo ha contribuito alla formazione del benessere economico di una nazione? Gli ebrei tedeschi hanno lavorato molto per far crescere la Germania e, come già richiamato, si sentivano fortemente tedeschi.

Per fare un esempio, si pensi al Ministro degli Esteri della Germania di Weimar che era un ebreo ma che aveva dichiarato che l’unico paese verso cui si sentiva impegnato era la Germania. Nonostante questo egli fu ucciso, come molti altri tedeschi illustri di quel tempo.

Resta molto difficile, dunque, spiegare l’esistenza dell’antisemitismo. Paradossalmente il fatto che ci fosse un legame così forte tra la cultura tedesca e quella ebraica è certamente un dato alla base della lunga e rovinosa stagione di persecuzione in terra tedesca.

Tra i tanti che si sono interrogati e hanno ricercato le ragioni di quest’odio disumano, ci sono diversi studiosi che affermano che questi sentimenti sono molto antichi e che in qualche modo devono essere fatti risalire alla nascita del cristianesimo. Tra gli autorevoli sostenitori di questa tesi spicca Léon Polyakov, uno dei più grandi studiosi dell’ebraismo.

A ben vedere, il cristianesimo nasce all’interno dell’ebraismo. Questo è un dato da tenere in conto, perché spesso quando un gruppo si crea in seno a un altro, la sua necessità di emanciparsi e affermarsi come realtà autonoma, genera non pochi contrasti e frizioni. E’ un dato di fatto che i rapporti più burrascosi si creano all’interno dei nuclei famigliari. Quando una divisione si fa strada all’interno di un gruppo, le liti e le contrapposizioni tendono ad acuirsi e a farsi più violente. Così è certamente stato quando il Cristianesimo si è staccato dall’ebraismo.

Ma forse una risposta onnicomprensiva, che riesca da sola a chiarire le ragioni del profondo odio che in diversi momenti storici hanno visto gli ebrei al centro di terribili persecuzioni non esiste. Forse le ragioni dell’antisemitismo sono molto più complesse e difficili da comprendere. 

Un altro capitolo importante nella storia delle Comunità Ebraiche è quello che passa sotto il nome di emancipazione. Si tratta di un processo interno ed esterno al mondo ebraico, che si sviluppò in diverse nazioni e che vide l’espansione dei diritti dei cittadini ebrei d’Europa.

Per secoli gli ebrei in tutta Europa non erano considerati alla stregua degli altri cittadini. Con questo processo, che prese l’avvio sul finire del 1700, ai membri delle Comunità Ebraiche fu riconosciuto lo stesso status dei loro connazionali.

Il tutto prese il via nel 1791, quando con la rivoluzione francese fu concesso agli ebrei il diritto di cittadinanza. Si trattò di una rivoluzione profondissima che portò con sé un cambiamento totale: gli ebrei diventarono cittadini come gli altri, con pari diritti e uguali doveri.

 

Molti ebrei si arruolano nell’esercito napoleonico, diventando parte integrante della società francese. Si tratta davvero di un cambiamento epocale per la storia ebraica, perché quello che succede è che gli ebrei non vivono più solo e semplicemente all’interno del mondo ebraico, ma hanno una vita anche al di fuori di questa realtà. Gli ebrei entrano nelle università, entrano nelle professioni e cambiano per sempre il loro modo di vivere dentro la società francese.

Questo non significa che non ci fossero degli ebrei dentro le professioni prima di questa rivoluzione. Per certo esistevano professionisti ebrei anche prima, ma erano sempre un’eccezione alla regola, una concessione intuitu personae, qualcosa del tutto sprovvisto di una legge che sancisse la loro posizione come un diritto.

Con l’avvento dell’emancipazione, il fenomeno diventa di massa e tutti gli ebrei acquisiscono gli stessi diritti degli altri cittadini, compreso quello di poter esercitare la professione che desideravano.

L’emancipazione nel mondo ebraico provoca due fenomeni: da un lato una maggiore integrazione con la società e col mondo non ebraico; dall’altro si assiste a un fenomeno di allontanamento dalla tradizione.  

Gli ebrei integrati ci tengono molto al loro nuovo status e inevitabilmente si staccano dalla tradizione ebraica e dalla sua identità. Si assiste così a un nuovo fenomeno che va sotto il nome di assimilazione. Si tratta di un processo che vede molti membri della Comunità trovare una loro dimensione nella società in cui sono stati integrati e finiscono per sentire sempre più distanti i legami con la loro cultura d’origine.

Pensiamo a un grande esponente del mondo ebraico quale è stato Sigmund Freud. Egli, di fatto, fu un ebreo che non ha avuto nessun rapporto col mondo ebraico se non di natura personale. Freud ha esercitato la sua professione, completamente immerso nella cultura del suo tempo, ma coltivò pochissimi rapporti con la società ebraica che pur era fiorentissima.

Di lui possiamo dire che fu un classico ebreo emancipato: visse certamente sotto l’influenza della cultura ebraica per le letture e gli studi fatti, però si allontanò in modo evidente dalla Tradizione Ebraica. 

I nuovi equilibri determinati tanto dall’emancipazione quanto dall’assimilazione pongono in qualche modo le basi per l’apertura di un fruttuoso dialogo interreligioso. In realtà questo fenomeno raggiunge un livello di alto confronto solo in tempi molto più recenti.

Il tutto prende il via negli anni ’60 e coincide più o meno con il Concilio Vaticano II. Per molti secoli è esistito un antigiudaismo cattolico alimentato da antichi dogmi e pregiudizi. Basti pensare che per quasi due millenni la dottrina della Chiesa ha accusato gli ebrei di eccidio. Per certo non esisteva alcuna possibilità di confronto fin tanto che il cristianesimo ha incolpato gli ebrei di aver ucciso Dio.

I corollari di questa posizione dottrinale sono poi confluiti in una teologia della sostituzione. Per capire di che si tratta occorre fare un passo indietro e ritornare a quanto già accennato: il cristianesimo è nato all’interno dell’ebraismo. Abbiamo già visto quanto la cosa abbia complicato le relazioni tra le due principali religioni monoteiste di stampo ebraico. Ora dobbiamo indagare più a profondità.

Uno degli elementi fondamentali dell’ebraismo è che esiste un patto tra Dio e il popolo ebraico. I cristiani non negano questo patto, però sostanzialmente, sostengono che gli ebrei hanno disatteso l’accordo con la divinità e pertanto hanno perso il diritto a questo patto esclusivo con Dio. Al posto loro si sostituiscono i cristiani o per meglio dire il Vero Israele.

Messe così le cose parrebbe un’erudita controversia dottrinale, mentre è proprio da qui che si generano i più aspri contrasti tra cristiani ed ebrei.

Tutto questo apparato dottrinale ha delle conseguenze pesantissime: se gli ebrei hanno tradito Dio e si sono macchiati di eccidio, allora sono anche un popolo reietto che dev’essere messo da parte non solo nella vita religiosa, ma anche in quella sociale e culturale e politica.

Tutto questo ha reso i rapporti tra cattolici ed ebrei molto complicati, tanto che un punto fermo e fondamentale della Chiesa cattolica è stato per molto tempo quello della conversione degli ebrei. Per questa via i cristiani hanno perseverato a lungo arrivando anche alle conversioni forzate sotto minaccia di punizioni corporali o di espropri universali. Per questa via si arriva anche a sanguinosissime persecuzioni, tanto da rendere complicatissimi i rapporti tra le due millenarie culture occidentali.

Le cose iniziano a cambiare quando alla Cattedra di San Pietro sale Giovanni XXIII. Il 13 giugno 1960, Papa Roncalli concede una storica Udienza Privata a Jules Isaac, uno storico francese, ebreo e grande sostenitore della necessità di un dialogo cristiano ebraico all’indomani della seconda guerra mondiale. E’ l’inizio di una profonda amicizia tra i due, un rapporto personale che avrà una profonda influenza nella redazione della Nostra Aetate, approvata nel 1965 dal Concilio Vaticano II.

Certo non tutto si risolve in pochi minuti, i contrasti e le diverse letture permangono, ma se non altro sparisce l’accusa di eccidio e pian piano si assiste anche alla modificazione della teologia della sostituzione.

In questa vicenda, come in molte altre, i rapporti di stima reciproca e di amicizia personale giocano un ruolo centrale. Per fare un esempio milanese, basti pensare ai rapporti intercorsi fra Carlo Maria Martini e il Rabbino Capo di allora, Rav. Giuseppe Laras.

Anche a Roma è nata una profonda amicizia tra Giovanni Paolo II e il Rabbino Capo di Roma, Rav Elio Toaff, che il 13 aprile 1986 fu il primo Rabbino ad accogliere un Pontefice in Sinagoga.

Questi rapporti si sono fatti più frequenti nel tempo e si sono consolidati a tal punto che oggi la Chiesa Cattolica è in prima linea nella lotta contro l’antisemitismo. 

Questi episodi sono stati uno dei motori principali per avviare un dialogo tra ebrei e cristiani. Tuttavia le questioni interreligiose restano complicate seppur favorite da un clima di reciproco rispetto e di volontà di confronto.

La complessità deriva dal fatto che da un lato il dialogo interreligioso è necessario; dall’altro è ugualmente fondamentale tenere ben presenti le differenze e le distinzioni che concretamente esistono.

Il grosso pericolo è dire che siamo tutti uguali, che non ci sono differenze, mentre le differenze ovviamente ci sono e devono rimanere. Queste ultime, in realtà, sono fonte di ricchezza. Pertanto il problema è riuscire a mantenere il dialogo senza per questo negare le differenze. E questi sono elementi centrali in questo cammino interreligioso.

I bordi di questo tavolo di confronto si devono col tempo ampliare e devono arrivare a ricomprendere anche altre religioni, soprattutto l’islam. In questa direzione si sono fatti importanti passi in avanti in tempi molto recenti e questa dev’essere la via da seguire. Il rapporto tra il mondo ebraico e quello islamico si snoda su diversi piani e occorre dunque lavorare su più fronti.

Sul piano politico sono già stati raggiunti obiettivi importanti con il mondo arabo, tanto con l’Arabia Saudita, quanto con Dubai.

Il dialogo interreligioso dev’essere inteso come un cammino di pace. Non si tratta solo di una cosa positiva, bensì di qualcosa di necessario per la vita politica di tutti i paesi mediorientali. Dopo cent’anni di guerra, anche se i conflitti ancora perdurano, non c’è altra strada che portare avanti il dialogo, con l’intento di percorrere insieme un cammino che ci conduca a sancire la fine di questo secolo di guerre.

Il dialogo interreligioso con l’islam ha avuto un effetto benefico anche sul piano economico. Il turismo, per esempio, si è intensificato e oggi gli israeliani stanno andando in massa a Dubai.

Esiste ovviamente anche un piano teologico, religioso e culturale. Qui le cose sono molto più complicate.

Il rapporto tra l’ebraismo e l’islam è un rapporto molto complesso. Questo non significa che sia stato solo una storia di tensioni e guerre. Per certi versi, in determinati momenti storici, le relazioni con l’islam sono state più semplici e pacifiche di quelle con il mondo cristiano.

Ci sono stati dei momenti della storia ebraica in cui abbiamo trovato rifugio in paesi islamici, proprio mentre i cristiani ci perseguitavano, come è successo con la Turchia: mentre in Spagna i cristiani avevano aperto una caccia spietata contro gli ebrei, molti di questi trovarono rifugio nella Turchia ottomana.

E’ pur vero che alcuni processi importanti, come la già trattata emancipazione, che si sono sviluppati nei rapporti con i cristiani, faticano a trovare spazio con il mondo islamico. Questo è dovuto al fatto che i non musulmani sono e restano sempre in una situazione d’inferiorità rispetto al resto della popolazione araba. Li chiamano Dhimmi e non importa quale religione professino: se non sono musulmani non possono avere gli stessi loro diritti.

C’è infine un problema legato all’esistenza dello Stato di Israele. Se i rapporti con l’islam sono oggi per noi più complessi di quelli col cristianesimo, molto dipende dallo Stato di Israele e dalle questioni politiche a esso collegate. 

Tuttavia questo cammino di dialogo e confronto non può essere interrotto ma al contrario occorre tenerlo vivo e sperare che i contrasti che oggi esistono riescano a essere superati con l’intento di poter vivere ognuno le nostre vite senza altre persecuzioni o ghettizzazioni.

La Comunità Ebraica di Milano è sempre stata molto attiva sul fronte del dialogo interreligioso. Recentemente è scomparso Rav. Giuseppe Laras, uno tra i più autorevoli fautori di questo cammino di pace e dialogo, un uomo che è stato Rabbino Capo di Milano per venticinque anni e che è diventato una figura culturale centrale non solo in Italia.  

Si è occupato di moltissime cose, dalla gestione della Comunità milanese, ai profondi studi biblici, storici e filosofici.

Per capirne l’importanza occorre tenere presente che il mondo ebraico è uscito distrutto dalla seconda guerra mondiale. Non era per niente scontato che le Comunità Ebraiche potessero rinascere. A Milano non era rimasto nemmeno un Tempio. Tutte le nostre sedi erano state distrutte dei bombardamenti e non c’era più niente.

Ci è voluto il lavoro di molte persone, laiche e credenti, perché dal nulla in cui ci siamo trovati rifiorisse il Tempio e con esso la nostra Comunità. Tra i tanti che si sono adoperati spicca il Rav Laras, un uomo che ha saputo trovare dentro la sua immensa cultura ogni mattone, collante e amore utili per la ricostruzione del Tempio.

Se oggi penso al posto che ricopro e mi confronto con personalità come il Rav Laras, mi risulta ancora più chiaro quanto sia difficile essere il Rabbino Capo della Comunità di Milano. E’ certamente un lavoro molto stimolante, interessante e al servizio di donne e uomini che arrivano da tutto il mondo. Ha davvero molti aspetti sorprendenti e positivi il mio mestiere. Ma è anche un lavoro dove non si capisce dove siano i limiti, un servizio che ricopre tutti gli aspetti della vita delle persone, di tutto un po’ per essere chiari. Ma quando i tuoi compiti riguardano un po’ tutto, diventa molto difficile fare bene.

Quando divenni Capo Rabbino di Milano, il Capo Rabbino di Roma mi disse che in molti sarebbero venuti a espormi i loro problemi, ma che per la maggior parte di questi io non avrei avuto alcuna soluzione. Questo mestiere non consiste nell’avere le risposte a tutte le domande, consiste soprattutto nel saper ascoltare.

Ascoltare è tra i verbi più importanti in cui ci si possa impegnare. Serve per strada, nella vita del Tempio, attorno al tavolo dove si dialoga di questioni interreligiose. Ci pensi bene, è un verbo molto simile ad auscultare, che significa ascoltare il cuore e il respiro di chi hai davanti. 

 

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