Il Professor Dino Amadori: da giovane medico ricercatore a luminare di fama mondiale

by Mundi Live

di Margherita Chiara Immordino Tedesco

Il Professor Dino Amadori, saggio luminare della lotta contro la patologia tumorale, è direttore Scientifico IRST IRCCS (Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori ) e Presidente dello IOR (Istituto Oncologico Romagnolo). Laureato con lode presso l’Università degli Studi di Bologna nel ‘61, si scontrò già da subito con la dolorosa realtà del territorio; erano quelli gli anni in cui, difatti, la Romagna registrava un un alto tasso di mortalità legato alle neoplasie, tra i suoi abitanti.

Sempre in prima linea lungo tutto l’arco della sua vita professionale nella lotta contro il cancro, fondò l’Istituto Oncologico Romagnolo nel 1979 ed istituì il Servizio di Prevenzione Oncologica dell’Azienda USL di Forlì.

E’ ideatore del Registro Tumori della Romagna e nell’86 realizzò l’Assistenza Domiciliare ai malati terminali. Al professor Dino Amadori, si deve anche la realizzazione del Laboratorio Biologico Oncologico c/o la Divisione di Oncologia Medica dell’Azienda USL di Forlì e l’Unità di Epidemiologia e Statistica Biomedica dell’Istituto Oncologico Romagnolo. La sua prestigiosa carriera, nonché il suo costante impegno della lotta alle patologie tumorali, spazia dunque dall’assistenza medica dei pazienti oncologici, alla sensibilizzazione sul tema della prevenzione, fino al miglioramento della qualità di vita delle persone terminali nonché, alla creazione di strutture e laboratori appositi.

La sua illustre attività scientifica vanta oltre 380 pubblicazioni, la maggior parte su riviste a diffusione internazionale indicizzate Pubmed. E’ coeditore di numerose monografie scientifiche tra cui: Oncologia Genetica (Poletto Editore, 2001); Libro di Cure Palliative (Poletto Editore, 2003); Manuale di Semeiotica e Diagnostica Oncologica (Poletto Editore, 2003); Terapia Molecolare in Oncologia (Poletto Editore, 2005); Sviluppo dei farmaci oncologici con bersaglio molecolare dalla tradizione all’innovazione (Poletto Editore, 2006); Cardioncologia (Poletto Editore 2009); Osteo-oncology text book (Poletto Editore 2010).

Margherita Chiara Immordino Tedesco, ha incontrato il Dottor Dino Amadori in un intervista:

Professor Dino Amadori, come nasce l’eccellenza europea dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori?

L’IRST di Meldola (Forlì-Cesena) – votato alla cura, alla ricerca clinica, biologica e traslazionale e alla formazione in campo oncologico – nacque nell’anno 2000, come Società a responsabilità limitata senza scopo di lucro, con tutti i requisiti tipici di un’Impresa sociale, a partire dall’obbligo di reinvestire gli utili nel miglioramento delle attività rivolte alla sua missione. La prima pietra venne posata nel 2003, perfezionando il progetto di ristrutturazione dell’ex Ospedale Civile di Meldola. Nel 2006 s’avviò l’operatività delle sue prime attività, con Laboratori di Ricerca Biomolecolare e Traslazionale. L’anno seguente, con il trasferimento dell’Unità Operativa di Oncologia Medica, del Laboratorio di Bioscienze e del Laboratorio di Farmacia Oncologica dall’AUSL di Forlì all’IRST, ebbero compiutamente inizio le attività d’assistenza, diagnostiche e di ricerca traslazionale. Il 2009 fu il primo anno a pieno regime.

Nel 2011 prese la gestione del Servizio di Oncoematologia dell’Ospedale “Bufalini” di Cesena e venne inaugurata una nuova ala, destinata alla Medicina Nucleare Diagnostica e all’Officina Radiofarmaceutica. A coronamento di un percorso burocratico avviato già nel 2009, nel 2012 l’IRST ha ricevuto dal Ministero il riconoscimento di Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS). L’essere un Istituto privato ci consente l’accesso a Bandi europei, nonché di poter avvalerci di tante opportunità che non vengono offerte alle Aziende pubbliche, come quella del 5 per mille, il che favorisce l’approvvigionamento di ulteriori risorse. Tant’è vero che, sugli 83 milioni del budget globale, con la Ricerca e i Bandi che vinciamo, 11/12 milioni di euro ci arrivano per queste vie. Il 5 per mille quest’anno ha sfiorato i €700.000 ed è destinato a crescere.

Nel 1979 fondai lo IOR – Istituto Oncologico Romagnolo – configurandolo come organizzazione di volontariato per promuovere e integrare interventi contro i tumori in settori non sufficientemente coperti dal Servizio Sanitario Nazionale, quali Ricerca e prevenzione. Grazie ad esso siamo riusciti a istituire e a potenziare le strutture oncologiche negli Ospedali della Romagna, elevandoli a livelli sempre superiori. Lo IOR ha investito quasi 80 milioni di euro nella realtà sanitaria di questa Regione. L’ex direttore dello IOR, Miserocchi, ogni anno raccoglie circa €5.000.000, che investe sia potenziando le sedi ospedaliere, sia fornendo l’IRST di quanto occorre per svolgere maggiori ricerche, avvalendosi delle tecnologie più avanzate.

Dunque, un eloquente esempio di felice alleanza fra Enti no profit pubblici e privati?

Senz’altro sì. Ad oggi i suoi soci sono, di parte pubblica: la Regione, il Comune di Meldola, la AUSL della Romagna – con il 75% del capitale delle azioni – e l’università Alma Mater di Bologna con il 5%; di parte privata, lo IOR, con il 12,5% e la Fondazione Carisp, con la parte restante. Insieme, IOR e Fondazione elargiscono fondi principalmente per realizzare nuove opere. Ad esempio, grazie al loro prezioso contributo, è stata costruita una casa di accoglienza per ospitare i familiari dei malati qui ricoverati, pensando a coloro che abitano più lontano. È stato un dono della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, mentre lo IOR si occupa gratuitamente della gestione della struttura. Tutti gli anni lo IOR ci dedica quasi €1.000.000, per agevolare il progredire della nostra Ricerca. Abbiamo potuto così acquistare anche vari dispositivi all’avanguardia. Nel passato più recente, dal 2014, abbiamo avuto l’avvio gestionale della Radioterapia dell’Ospedale “Santa Maria delle Croci” di Ravenna e, dal 2015, il Laboratorio di Bioscienze IRST ha conseguito l’accreditamento come Laboratorio di Ricerca industriale in Emilia Romagna ed è parte della Rete Alta Tecnologia.

 

Una storia densa di incessante impegno e di fattiva laboriosità.

Professor Amadori, quali sono le principali interazioni dell’IRST con l’Estero?

Oggi siamo il dodicesimo Istituto italiano di settore, con una fitta rete di relazioni avviate in ambito internazionale. Tra di esse spiccano innanzitutto quelle con gli Stati Uniti, come quella di Huston o con il gruppo di Ferrari, il centro più avanzato del mondo per le nanotecnologie. Siamo in stretto e proficuo rapporto di cooperazione con il gruppo di Muller Fabbri ad Honolulu.

Fabbri è un mio collaboratore, che negli USA ha vinto per due volte il Premio come miglior ricercatore negli Stati Uniti. Siamo attivissimi anche con Princeton, con cui ci occupiamo della problematica delle metastasi ossee. Sempre in America, lavoriamo in assiduo contatto anche con Pittsburgh. Last but not least, voglio ricordare Leiden, in Olanda.

Tutto questo, offre nuove possibilità per i giovani laureati, specie ora che, secondo Eurostat, su 10 laureati ben 4 non trovano lavoro sino a 3 anni dalla loro Laurea?

Assolutamente sì. Ricordo di una ragazza che veniva da Lecce, fece un concorso per entrare da noi, lo vinse e il giorno dopo venne da me piangendo e disse: “Guardi, ho deciso di trasferirmi qui. Sono commossa, perché è la prima volta che finalmente è stato fatto un concorso serio. Ho partecipato a vari concorsi nel mio territorio, ma arrivavo da quindicesima a ventesima e nel mentre, vedevo ‘alcuni’ passare, inspiegabilmente, davanti a me”.

Questa giovane, in seguito, ha collezionato una serie di successi ragguardevoli. È andata prima a Londra, poi a New York, ad Harvard e ha vinto per tre anni consecutivi il Premio per esser risultata tra i 10 migliori giovani ricercatori all’estero. Tutto questo difficilmente si sarebbe potuto avverare per lei, se avesse prestato servizio dentro la sola Azienda sanitaria locale, che è sì importante, ma la funzione a cui deputata è essenzialmente quella di gestire con diligenza l’assistenza e la cura. Non ha infatti compiti estesi all’ambito della Ricerca. Può sviluppare sì ricerca clinica, ma generalmente solo sull’onda di quanto viene lanciato dai grandi Istituti promotori della Ricerca.

Dottor Amadori, quali sono le più recenti ricerche, i cui risultati non sono ancora emersi a livello di comunicazione diffusa? Che tipo di aspettativa possiamo riporre in questo senso?

La Ricerca sulla quale c’è da aspettarsi i risultati più significativi nei prossimi vent’anni è quella in ambito immunologico. Ciò perché, finalmente, è stato scoperto il meccanismo in forza del quale si potranno conseguire successi rivoluzionari. In passato, sebbene venissero stimolati i “soldatini” delle nostre difese, che sono i linfociti T, questi non rispondevano e quindi le terapie conseguenti non facevano riportare alcun miglioramento. È recente la scoperta del meccanismo che ha messo in evidenza il perché di questa loro paralisi. Quando questi nostri soldatini aggrediscono la cellula tumorale, infatti, la stessa reagisce, addormentandoli con una sostanza che inietta dentro il linfocita, di cui riesce purtroppo così a neutralizzare l’attivazione. Tale scoperta epocale, dovuta al merito di due pionieristici ricercatori – l’americano James P. Allison e il giapponese Tasuku Honjo, Nobel per la Medicina nel 2018 – ha reso possibile un cruciale salto di qualità nell’immunoterapia contro i tumori. Questo perché è stato messo a punto e prodotto lo specifico antidoto per quella sostanza, per cui il linfocita può risvegliarsi e ricominciare a funzionare appieno.

Sarà quindi questo il futuro, tutto nell’ambito dell’immunologia? 

In parallelo esistono anche dei percorsi altrettanto importanti, come quello delle nanotecnologie, capaci di garantire ai nuovi farmaci di penetrare meglio dentro la cellula, di agire cioè a livello delle sue componenti ultramicroscopiche. I binari su cui procedere sono quindi principalmente questi due. Sarà essenziale riuscire ad aumentare la capacità dei farmaci che colpiscono le cellule neoplastiche, affinché si rendano più efficaci a rendere l’ambiente dove il tumore andrebbe a crescere a lui ostile.

È un secolo, questo, davvero molto importante. 

Nuove ricerche, nuove scoperte e nuove applicazioni. Un secolo, quindi, che ci porterà sempre più avanti nel trattamento e nella cura delle patologie tumorali?

Si è passati dalla medicina e dall’oncologia “empirica”, alle terapie personalizzate. Il paradosso è tuttavia il seguente. Fino a ieri c’era il cancro del polmone, riconosciuto in tre tipologie e ad esse corrispondeva, per uno, un’apposita chemioterapia, per gli altri due un altro tipo di chemio, che era uguale per entrambi, mentre per il terzo si contemplava anche un farmaco, ma il tutto con risultati veramente scadenti. Oggi invece il cancro del polmone viene declinato in almeno 10-12 varietà diverse, sulla base della genetica e per ciascuna di queste è previsto un farmaco specifico. Da qui appunto il paradosso della medicina di precisione, che è questo: più farmaci per lo stesso tumore e un farmaco per più tumori.

Quindi lo studio del DNA e la terapia genica sono il futuro?

Oggi ormai non si classificheranno più tumori per organo e per tessuto, ma per genetica. La terapia genica comporta, dentro una cellula che ha una parte di DNA alterato, l’inserimento e la sostituzione della stessa parte con una sana. Si va pertanto verso il settore della trasformazione genetica delle cellule. Si può arrivare a cambiare il patrimonio genetico di una persona, intervenendo sulle cellule staminali dell’embrione e anche nell’oncologia ciò si rivelerà molto utile. Ormai è tutto lì, anche nella copia del DNA in 3D. È proprio nel singolo gene e il DNA contiene circa 40.000 geni. È il gene che conta, il cromosoma ormai è una faccenda superata.

Riguardo la Fede, qual è il suo rapporto con Dio? 

Io sono credente, non ho mai capito bene come potrà essere l’altra parte della vita. Non so come sarà, però che sarà, ne sono convinto. Il messaggio che è stato dato dalla Chiesa sull’esistenza di Dio è anacronistico rispetto ai tempi odierni, è un Dio fin troppo antropomorfizzato, che poteva avere una valenza nei tempi che furono. Sono altresì convinto, vista la perfetta armonia nell’Universo, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, che non possa essere il caos a generare tutto.

Einstein affermò che nelle sue ricerche cercava di capire i pensieri di Dio. Una sottile, seppur importante interpretazione filosofica della Ricerca, in ambito medico-scientifico. 

Da un punto di vista etico, quando si cerca di fare del Bene e di fare bene il proprio lavoro in questo settore, credo che automaticamente ci si avvicini a un valore più alto.

Com’è nato in lei, il desiderio di percorrere questa strada? C’è stato qualche episodio in particolare?

Da bambino rimanevo impressionato dal lutto della comunità del mio paese. Quando moriva qualcuno di tumore, chiedevo a mia madre: “Ma perché succede questo?”. La risposta era: “Perché è morto di una malattia, una brutta malattia, incurabile”. Di conseguenza nacque in me il desiderio di dare un nome a questa malattia e di curarla, per cui la mia reazione fu “Da grande voglio fare quello che cura quella roba lì”, chiamando il tumore “quello”, perché non c’era all’epoca un preciso nome oncologico. Per arrivare a fare l’oncologo, ho compiuto un percorso molto trasversale, non potendo permettermi di rimanere all’Università, perché i miei genitori non avevano i mezzi economici per sostenermi. Come volontario, dopo la Laurea, non avendo potuto fare l’Ufficiale medico per motivi fisici – ruolo che mi avrebbe permesso di avere uno stipendio quindi di stare a Bologna – andai a lavorare a Santa Sofia. In quel piccolo Comune dell’Appennino forlivese, le prospettive future erano pari a zero, ma rimasi un anno e mezzo lì, imparando a fare il Dottore, per poi passare in Chirurgia. Non era mia intenzione fare il chirurgo, ma praticai per quattro anni e mezzo a Forlì.

Professor Amadori, quale consiglio darebbe ai giovani ricercatori per il loro futuro?

Oggi non c’è spazio se un giovane non studia già al massimo delle sue possibilità fin dalle prime scuole superiori, perché, se si vuol intraprendere un’attività professionale, occorre impegnarsi fino all’Università qui in Italia, per poi però trovare qualche esperienza fuori. In Italia, purtroppo, i nostri studenti sono fra i meno preparati. Siamo l’ultima ruota del carro. Oggi non puoi non conoscere almeno l’inglese. Io cominciai a studiarlo a quarant’anni, quando migrai negli Stati Uniti. Andavo la sera a prendere lezioni di inglese, dopo aver lavorato tutto il giorno. Il primo mese che mi trovai li, mi sembrava di essere sordomuto, non capivo nulla, non parlavo proprio, poi pian piano imparai.

Nella sua autobiografia professionale “Anima e coraggio. La mia vita contro il cancro”, c’è una dedica: «a coloro che soffrono nella speranza. Ai volontari che ne rendono ancora piena la vita. Ai ricercatori, perché la nostra speranza non sia vuota»; un libro che dimostra la sua grande levatura personale e professionale. Dalla Romagna, si giunge alle realtà del continente africano. Qual’è ilsuo rapporto con l’Africa?

Avevo la volontà di andare in Africa sin da tempi lontani, perché ero molto amico di Annalena Tonelli, una forlivese che frequentava il Classico e che aveva un anno in meno di me. Quando si laureò in Giurisprudenza, lei andò prima negli Stati Uniti, nel Bronx, a vedere com’era lo stato di degrado e di povertà e di quella gente, poi a Londra, dove svolse un corso di medicina tropicale e poi in Africa e da lì non è più tornata indietro. Ogni tanto ci sentivamo ed ero tentato anch’io di fare lo stesso percorso, ma dopo ho preso un’altra strada. Mi sono fidanzato, sposato e ho deciso di rimanere. Successivamente un mio amico e collega, Vittorio Tison, che era patologo di Faenza, è morto di melanoma. Negli anni del suo volontariato in Africa, aveva realizzato una sorta di piccolo poliambulatorio per far partorire le donne, che altrimenti avrebbero partorito per strada. Lui morì precocemente e in suo onore fondai un’Associazione con il suo nome. Con i fondi raccolti nel tempo, sono riuscito a realizzare un laboratorio di anatomia patologica in Tanzania, nella città di Mwanza, in un grande Ospedale con circa 800 letti, allora pieno di malati di malaria, tubercolosi e AIDS, che non aveva però né laboratorio né strumentazioni adatte. Tanto è vero che spostavano i pazienti in altre sedi per ottenere una diagnosi. Ma il laboratorio adesso funziona perfettamente e si chiama appunto Vittorio Tison.

Grazie all’Associazione da lei fondata, dunque, il destino la portò comunque in Africa. Ci racconti.

Andai a visitare il laboratorio e constatai che c’era un’enorme emergenza di patologie oncologiche, molte della quali sconosciute e che colpiva soprattutto bambini e giovani. Erano per la maggior parte tumori correlati allle infezioni batteriche virali. Mi domandai che senso avesse andar a fare diagnosi in quei luoghi, quando non esisteva possibilità di trattamento e di cura per i pazienti. Trovai allora un giovane molto motivato, il Dottor Masalu, che si trasferì per 5 anni a Ferrara e ne uscì specializzato a pieno merito in Oncologia. Ha superato i 5.000 test previsti e successivamente è tornato lì. Dacché abbiamo cominciato insieme un’attività clinica con un day-hospital, lanciando un programma di screening per il tumore dell’utero e della mammella. Dopo aver incontrato il Ministro della Sanità, abbiamo firmato un protocollo d’Intesa con la Tanzania, alla presenza del Ministro della Salute, ospite qui a Meldola. Il protocollo d’Intesa è stato stipulato fra il Ministero della Tanzania, lo IOR, l’IRST e la regione Emilia Romagna. Rimaneva un problema, i pazienti non avevano i farmaci. Andammo io e il dottor Mattia Altini dal Ministro della Salute, spiegandogli che c’era l’urgente necessità di somministrare ai pazienti malati la morfina, che allora non veniva adoperata per motivazioni ideologiche e che bisognava realizzare un edificio con dei Bunker per la radioterapia. Fortunatamente ci ascoltò e nel giro di un anno e mezzo ha costruito un edificio di un bellissimo, con 6 bunker per 6 diversi strumenti di radioterapia con il day-hospital per tutti i pazienti che oggi vengono curati lì. Finalmente da un anno e mezzo esiste quindi un edificio per la radioterapia, uno per la brachiterapia ovvero quel tipo di radioterapia eseguita localmente e uno per la cobaltoterapia. Recentemente il dottor Masalu mi ha comunicato che un mese fa era stato siglato un accordo fra la Fondazione Aga Khan, Il Ministero della Salute, la Direzione dell’Ospedale, il dottor Masalu stesso e il Presidente di Electa, per installare un nuovo acceleratore e ricostituire un nostro acceleratore da me inviatogli qualche anno fa, ancora imballato. È nato quindi un servizio di ambulanza nell’Africa subsahariana, in un territorio con circa 300 milioni di abitanti, dei quali circa 200 non potevano usufruire di radioterapia, per l’assenza di strutture. Quindi già lo è per buona parte, ma auspichiamo che diventi la più importante struttura di radioterapia dell’Africa subsahariana. Oltretutto, il Presidente della Repubblica della Tanzania ha garantito i fondi per costruire davanti a questo edificio l’Istituto tumori di Mwanza, inserendo il reparto di Chirurgia oncologica, dei laboratori e la disponibilità per la degenza.

Siamo dunque sempre più fiduciosi che il nostro lavoro riesca a condurre a sempre maggiori successi.

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