Il Presidente Luigi Bellini:il nuovo rinascimento

by Mundi Live

Del Prof.Venneri e Giovanni Rodini

L’editrice di Mundi, la Dottoressa Margherita Chiara Immordino Tedesco, ha incontrato il Professor Luigi Bellini, Presidente della Collezione Bellini. L’incontro è stato un’occasione per raccontare il lungo cammino nel mondo dell’arte percorso dalla famiglia Bellini in ventuno generazioni di appassionati, collezionisti e mercanti d’arte. Collezione Bellini e Fondazione Mundi hanno inoltre diversi progetti di collaborazione, tra cui la creazione della piattaforma Nuovo Rinascimento che lavorerà per scoprire e sostenere artisti contemporanei.

Raccontare chi siano i Bellini equivale a ripercorrere gran parte della storia del collezionismo europeo degli ultimi trecento anni. Una narrazione ricca di eventi, di prestigio e d’innumerevoli riconoscimenti. Onorificenze come un’antica medaglia coniata duecentoquarantacinque anni fa.

Sul dorso della medaglia si legge Ego Plantavi. La scritta campeggia su due palme dentro a un paesaggio che sovrasta il numero MDCCLXXV. La data del 1775 è quella della morte d’un uomo illustre, un numismatico ritratto col mantello e lo sguardo verso destra, sull’altra faccia della medaglia. Il suo nome è stato posto in latino sopra il suo capo ed è quello di Vincentius Bellini Ferrariensis. L’hanno fusa nel bronzo questa medaglia, per onorare il primo curatore del Museo Civico di Ferrara.

Bisogna andare tanto indietro nel tempo per trovare l’inizio di questa storia. Anzi, occorre procedere a ritroso per altre due decadi e piantare il seme nell’anno 1756, quando il patriarca iniziò a Ferrara l’attività di antiquario, usando proprio il motto Ego Plantavi e dando così vita alla dinastia dei Bellini.

Quasi trecento anni dopo, il Professor Luigi Bellini rappresenta il ramo solido di un albero genealogico che si è allungato dentro la storia del collezionismo internazionale per ventuno generazioni. In questo viaggio tra i secoli, i Bellini si sono tramandati il motto del loro illustre antenato e hanno continuato ad arare, coltivare, annaffiare e raccogliere i frutti del bene più prezioso: l’Arte.

L’arte è uno dei tre fili, insieme alla cultura e alla tradizione, con cui si tesse la storia di una nazione. E’ in questo modo che i popoli si confezionano l’abito con cui si presentano al cospetto degli altri, così si creano i curricula vitae delle nazioni e le vesti indossate da ognuno di noi per vivere le nostre vite. L’arte s’intreccia alla cultura, la forma e ne è plasmata e attraverso lo studio si può tener fede a quel Tràdere ante omnia che impone a ogni società di tramandarsi.

Il nostro vivere in comunità è tenuto assieme da un collante fatto da tutto quello che abbiamo captato, trovato, scoperto, compreso e infine insegnato agli altri. Le nostre famiglie, i nostri quartieri, le città in cui viviamo dipendono dalla capacità di saper distinguere il prezzo dal valore, e dalla scelta scomoda che porta a preferire il secondo al primo. L’Italia questo l’ha saputo fare, soprattutto in epoca rinascimentale, creando un patrimonio d’opere d’arte che non ha eguali nel mondo. Il nostro paese ha il grande vanto di essere quello che, in tutto il mondo, ha più opere d’arte per metro quadro.

Questo ha una grossa importanza, perché possiamo trattarci bene nel parlare con gli altri; sentirci qualcuno, non individui soli, abbandonati, senza valore. E’ da qui che sgorgano sentimenti e desideri preziosi, come l’amor proprio e la voglia di vivere il mondo con pienezza, vincendone le sfide e raccogliendo il nostro sapere per tramandarlo a nostra volta. 

Quest’orgoglio s’è però offuscato e ora il mondo sembra andare alla deriva, trasformato dalla mancanza dell’abitudine al bello, dal disinteresse per le nostre radici e dall’idea che l’arte non sia altro che un elemento decorativo facilmente sostituibile con un altro oggetto qualsiasi.

Oggi siamo nella necessità di parlare e realizzare un Nuovo Rinascimento. Quest’ambizione, però, dev’essere perseguita concretamente, senza dimenticarci che non sarà possibile rinascere se non attraverso la nostra storia. Non possiamo dimenticarla, accantonarla come qualcosa d’ingombrante che non serve più, perché è da quella che nascono i nomi delle cose, delle persone; persino Italia non sarebbe il nome del nostro paese se avessimo dimenticato la nostra storia.

Il concetto dovrebbe essere semplice e condiviso, sed mala tempora currunt et peiora parantur. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel rapporto che il nostro paese ha con il proprio passato e le scelte che in politica vanno per la maggiore traducono bene quest’idea della storia come una zavorra inutile, tutt’al più  come un vanto vano e infruttuoso. E’ necessario invertire la rotta e intraprendere una lotta lunga e perigliosa in difesa della civiltà, una battaglia che non possiamo più rimandare.

Se non altro perché la civiltà siamo noi, i nostri genitori e ciò che loro hanno fatto prima di noi; la storia siamo noi e non si tratta di accadimenti del passato ininfluenti sul nostro presente. Occorre uno scatto d’orgoglio per combattere questa rovinosa ignoranza, fatta di non conoscenza del passato, di una pericolosa incapacità di memoria. Nelle vite di molti pare che la storia non ci sia, l’invenzione non c’è, come pure mancano la capacità di sognare e di scommettere su se stessi.

Pare che l’unica scommessa possibile sia la posta giocata su chi guadagna di più, su chi riesce meglio a lucrare da ogni situazione. Ma se questa è la scommessa, messi come siamo, finisce che la perdiamo questa scommessa. I soldi si spendono, poi ritornano per essere rispesi un’altra volta; la cultura quando non c’è più non si recupera. Quante volte è successo che ce ne siamo disinteressati e abbiamo dimenticato una lingua antica, un modo di lavorare il legno, il significato di un simbolo che prima conoscevamo. Quando la cultura si spegne, riaccenderla costa molto più dei soldi che si son spesi a occuparsi di fare fatturato.

Con questi intenti si sono sempre mossi i Bellini, una famiglia che ha sempre creduto di più nell’arte che non nel denaro. “E’ una famiglia di pazzi, di egocentrici, una dinastia che ha sempre operato convinta che con l’arte il valore della vita fosse più alto, più appagante”, afferma il Professor Bellini.

Quello che riferisce con autoironia il Professore sta a significare che la sua famiglia ha sempre trattato l’arte e la cultura come valori primari, senza curarsi di quanto si sarebbe potuto guadagnare vendendo le opere più preziose della loro collezione. Quello che ognuna delle ventuno generazioni che si sono succedute fino a oggi si è preoccupata di fare è stato nutrire un amore smisurato per l’arte, impegnandosi a conoscere in profondità le opere prima di volerle vendere.

Così, vestendo i panni dei collezionisti prima ancora che dei mercanti d’arte, il loro legame con la produzione dei maestri del Rinascimento ha preservato le opere che nei secoli andavano acquisendo, fino ad arrivare a possederne oltre ottomilaottocento.

Di ognuna di quelle opere i Bellini conoscono la storia. La conoscono perché ritengono che non sia possibile parlare d’arte senza conoscerne i trascorsi. Solo così, affezionandosi a ogni opera è possibile creare una collezione che ha pochi eguali nel mondo.

In questa lunghissima attività di studio e ricerca emerge con chiarezza che ciò che noi chiamiamo storia dell’arte, in verità, consta di opere che erano moderne nel giorno in cui erano state create. Per questo è possibile riscontrare nei lavori dei secoli scorsi una certa contemporaneità con i nostri giorni, un’attualità che rende ancora più grandi le opere dei maestri del passato. Guardando la produzione dei secoli scorsi in quest’ottica, si evita di valutare la nostra storia come qualcosa di vetusto, privo di un legame con le nostre vite, come se non ci riguardasse e anzi non fosse altro che un peso di cui liberarsi volentieri.

La collezione Bellini sottostà a una ratio tanto semplice quanto efficace: non viene mai venduta un’opera d’arte importante, perché è proprio quella che crea il capitale delle immagini, cioè il capitale della bellezza. Pertanto nei secoli qualcosa è stato venduto, “perché le cornici sono difficili da masticare”, come sosteneva il nonno del Professore, però si lasciava sempre agli eredi ciò che aveva maggiore importanza come Michelangelo, Leonardo, Beato Angelico e Canaletto, per citarne alcuni.

Un’altra caratteristica peculiare e questa volta anche insolita è che i Bellini hanno sempre avuto pochi figli, due al massimo e quasi tutti maschi. Pertanto le persone che ereditavano erano sempre pochissime e tutte hanno sempre avuto una passione profonda per l’arte, tanto da intraprendere tutti la medesima professione. Avrebbero certo potuto fare altre carriere o comunque sarebbero sempre stati liberi di disfarsi delle loro opere, ma questo non è mai accaduto. Non per necessità, ma per passione. 

La passione per l’arte è ciò che differenzia i Bellini dalla maggior parte delle dinastie di collezionisti d’arte. “Certo siamo in pochi”, riferisce il Professore, “di famiglie come la mia nel mondo ce ne saranno due o tre; non ce ne sono altre che abbiano queste grandissima quantità di opere di altissima qualità”.

Altri hanno fatto scelte diverse, come Tissen che affittò al Museo del Prado tutta la sua collezione. In cambio si fece dare un capitale immenso, attorno ai dodici milioni di dollari all’anno. “Questa è una scelta che non ci ha mai interessato”, afferma il Professor Bellini, “avremmo potuto farlo anche noi, ma ci saremmo privati del bello. Il bello è toccare le opere, vivere insieme a loro, sentire la loro presenza, la loro anima”.

Su questo punto, il Professore riferisce di un episodio significativo occorso con Paul Ghetti Senior, che era l’uomo più ricco del mondo in quel momento e un carissimo amico di famiglia. 

“Lui comprava da noi e comprava solo cose davvero importati. Siccome io ero l’ultimo, lui voleva aiutarmi negli affari e mi diceva che comprava da me per farmi imparare il mercato e il mestiere. Mi ricorderò sempre che un giorno, ero a Londra dove lui viveva, mi chiamò e mi disse: “Guarda che ho bisogno che tu mi compri un tondo di Botticelli” e mi spiega quale. Io lo conoscevo e gli dissi che certo, ero a conoscenza di questo tondo di Botticelli. Lui mi disse di trattarlo a qualunque cifra, non importava quanto avrebbe pagato, perché lui lo voleva a qualunque costo. “Non ti peritare dell’importo della cifra, non importa niente”, mi disse. Però aggiunse anche che c’era un altro problema: di quei tondi fatti nella Bottega di Botticelli ce n’erano undici e io lui li voleva acquistare tutti e undici.

Io gli chiesi perché, perché non si accontentava di uno? “No, non mi basta uno, perché qualcosa di quegli artisti, o di quel singolo artista, rimarrà dentro all’opera e io sono egoista, li voglio tutti!”. Il punto è che ogni quadro ha un’anima, in ogni opera resta impressa l’essenza di chi l’ha creata.  

Il Professore impiegò un anno ad acquistare tutti e undici i tondi. Alcuni li pagò carissimi, altri a prezzo di mercato e al suo cliente non importò nulla di quanto fu costretto spendere. Ancora ora Paul Ghetti Senior conserva nella sua collezione quelle opere straordinarie.

Quello fu un grande insegnamento. La lezione era che una collezione è una cosa viva, nel vero senso della parola. Una collezione è un organismo che vive e che risente dei gusti di chi la fa. Il collezionismo è prima di tutto un habitus mentale, in cui la passione del collezionista si fonde con l’anima degli artisti, dove la ricchezza non deriva dal solo prezzo delle opere, bensì dal rapporto profondo che si crea tra ogni singola opera e il suo proprietario.

Non è una scienza precisa, il collezionare, è piuttosto qualcosa che va oltre e che di solito è riservato a chi ha una particolare sensibilità e un profondo interesse per l’essere umano. Collezionare opere d’arte significa conservare frammenti di vita passata, capaci di proiettare ancora energia vitale, illuminando gli angoli bui del momento storico in cui vive il collezionista.

Per capire meglio si può pensare che a ogni livello, che si abbia davanti un contadino o una persona istruita, un miliardario o qualcuno con poche risorse, tutti gli europei e in particolar modo gli italiani, hanno nel loro genoma, nel loro dna, qualcosa che permette loro di capire che cos’è il bello.

“Ho provato diverse volte a mettere davanti a dieci opere una persona povera e quella non riusciva a dirmi qual era quella più bella. Questo perché aveva paura di sbagliare. Già si vergognava della sua condizione e non voleva aggiungerci un errore. Io cercavo di tirarlo fuori da tutta questa reticenza e tutte le volte che ci riuscivo, ogni volta che ho scacciato la  loro la paura di sbagliare, hanno azzeccato perfettamente la scelta sull’opera migliore. Mi hanno indicato quella più importante”.

Questo succede perché il senso dell’arte è in ognuno di noi, fa parte delle nostre vite. Questa è l’arte. O per lo meno questa dovrebbe essere. Oggi, invece, l’arte è scivolata nel commerciale. Per cui oggi anche quelli che erano antiquari e collezionisti sono completamente cambiati. Ora vivono per vendere; comprano tre oggetti e fino a che non ne hanno venduto uno, non ne comprano altri. Questo non vuol dire amare l’arte, vuol dire amare il business. Il business si può fare con decine di migliaia di altri oggetti, l’economia culturale è un’altra cosa ed è difficilissima da perseguire. 

Per cercare di tamponare la situazione, la Collezione Bellini e l’associazione Mundi stanno per lanciare un portale che si chiama Nuovo Rinascimento.

Si tratta di una piattaforma che farà tante scoperte. Si occuperà d’individuare quelle persone che non hanno avuto fortuna nel campo dell’arte, perché non hanno il mecenate, non hanno trovato la persona giusta, perché hanno un caratteraccio tremendo, perché non riescono a raccontarsi e il loro genio resta incompreso. 

Gli artisti contemporanei vanno scoperti, sostenuti, promossi e collezionati. Ma prima di tutto occorre sapere chi sono, andare alla ricerca dei grandi talenti a noi contemporanei, a quegli artisti di immenso valore che certamente esistono, ai geni che rischiano di non essere mai conosciuti. Non è facile trovarli. Se è vero che ce ne sono per certo, è anche vero che nemmeno mancano gli “imbrattatele”.

Nelle ultime decadi, chi gira il mondo come talent scout finisce molto spesso a concentrarsi solo sull’aspetto economico della sua ricerca. Ci si preoccupa quasi esclusivamente del possibile guadagno, senza curarsi del bello e della parte artistica. 

“Se tu vedessi le mostre allestite ultimamente attorno ad artisti reputati incredibili dal mondo commerciale, attorno ad opere che in realtà sono di pessima fattura, artisticamente scadenti, del tutto privi di ciò che si riscontra nell’arte, quella vera. Brutte persone, brutti oggetti, fatti male, ma sostenuti da finanziamenti enormi con cui si cerca di creare il caso, il fenomeno di turno, anche in totale assenza di talento”.

I Bellini sono stati sempre schierati contro simili operazioni di mercato. Attraverso la loro storia centenaria hanno fatto esattamente il contrario. Hanno voluto dare spazio al talento e intendono perseguire questo cammino insieme alla fondazione Mundi.

Tutto questo è la storia dell’arte e lo confermerebbe bene anche il Professor Vittorio Sgarbi, che appartiene alla medesima scuola, quella che ama un oggetto d’arte senza preoccuparsi dell’aspetto economico, del profitto che con quell’oggetto è possibile trarre. 

E nella storia dell’arte, qual è l’artista preferito dall’uomo che possiede una collezione tra le più prestigiose al mondo? Il Professore non ha dubbi, il suo grande amore è con il rinascimento, e il suo prediletto è Beato Angelico. 

Poi ovviamente ogni momento storico ha il suo pittore migliore: Guttuso nell’epoca degli anni ’30, Mario Sironi durante il fascismo e tutti gli altri che sono stati ognuno il migliore di un certo periodo storico. Non ha senso amare un solo artista, occorre riconoscere e amare un pittore a secondo di una precisa epoca. 

Bisogna anche prendersi cura di chi ha talento per l’arte. Questo è un punto cruciale tanto per la Collezione Bellini quanto per la Fondazione Mundi. Sono troppi gli esempi di grandissimi artisti, oggi acclamati e venduti a cifre impressionanti, che in vita hanno vissuto di espedienti, alcuni facendo fatica anche a provvedere al loro sostentamento. 

Così sono andate le cose tanto per Van Gogh, come per Gaugin. La piattaforma Nuovo Rinascimento, dunque, si occuperà proprio di questo, di andarli a scovare i migliori talenti contemporanei, per sostenerli e permettere loro di esprimere tutto il loro talento. Ci sono davvero tanti personaggi non conosciuti nel mondo della cultura che hanno bisogno di essere scoperti. In tutti gli stati ce ne sono, in tutte le zone della terra sono lontani dalla fortuna, senza alcuna possibilità di poter emergere da soli. Occorre creare le condizioni per invitare gli amanti dell’arte a vedere quelli che secondo noi sono i migliori pittori moderni. 

Molti paesi in giro per il mondo, hanno già aderito e sono disponibili a collaborare con la Collezione Bellini e la Fondazione Mundi. Sono paesi con economie importanti, con una gran voglia di scoprire l’arte contemporanea; paesi come Cina, Austria, Norvegia, Arabia Saudita e Siria. La loro adesione è arrivata perché tutti loro considerano innovativo e importante l’ambizioso progetto portato avanti da Nuovo Rinascimento.

Occorre ripartire dall’arte, dalla cultura, dall’amore per il bello, consapevoli che non esista partenza migliore. La gente non è più abituata al bello. E’ nata una razza crepuscolare, con un tono ridotto di bellezza, di serietà e di forza. La forza oggi sono le armi, la droga e i vizi, che in realtà sono solo debolezze. La forza vera è quella di riuscire con le proprie capacità a dare all’altro qualcosa di bello, d’importante, di culturalmente valido. Dare qualcosa a qualcuno che non l’ha ancora. 

Purtroppo manca anche un’educazione al bello, i genitori hanno parcheggiato i figli davanti ai computer e non sono stati in grado d’insegnare loro ciò che realmente è in grado di rendere un uomo un essere colto, quindi libero.

Il rischio è che chi ama l’arte finisca in un piccolo angolo di mondo, che si chiuda su se stesso senza riuscire a comunicare bellezza agli altri. In questo modo si rischia l’estinzione, intesa come l’esaurimento del bello e della sua funzione, oltre che del suo piacere educativo. Per questa strada si arriva ai fatti che sono oggi di cronaca, compreso l’inesistenza per il rispetto della vita.

You may also like

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accept Read More